domenica 21 aprile, ore 18:00
Drama Teatro
Luisa
di e con Valentina Dal Mas direzione tecnica Federico Fracasso
occhio esterno/assistente alla creazione Ludovica Messina Poerio
registrazioni audio Matteo Balbo residenza artistica presso Teatro Due Mondi di Faenza
produzione La Piccionaia
un ringraziamento a Angela Marangon, Claudia Rossi Valli
Luisa cuce. “Cucio per filo e per segno, disegno punti a manocuore”.
Cuce se stessa all’aria che la circonda, per non sfilacciarsi lontana dal mondo.
Cuce le sue guance rosse alle sue emozioni e le sue parole ai suoi occhi timidi, birichini ed intensi allo stesso tempo.
Cuce per non perdere il filo, della sua vita.
Cuce i frammenti di sè, li partorisce nell’aria che la circonda attraverso parole, gesti e danze che si defilano a passi levati dalla logica e da un senso lineare del tempo, si appoggiano all’andamento dell’esplosione del Big Bang, della sospensione del respiro, dello zigzagare di una stella all’interno di una costellazione, dei mulini a vento.
Oscillando tra un andamento e l’altro, Luisa può lambire i confini della sua Terra Promessa dove “vede ciò che è possibile vedere solo quando gli occhi le si inumidiscono un po’”.
Entra battagliera nella sua Terra Promessa, come la Libertà che guida il popolo di Delacroix.
Luisa guida tutti gli esseri umani spiccatamente fragili come lei nella sua Terra promessa, anzi no, guida gli esseri umani tutti tutte. Come Delacroix aveva riunito nel suo dipinto persone di ogni età e classe sociale, così Luisa crea attorno a sé un’adunanza di sfumature umane sempre cangianti e dissonanti nel loro divenire.
Ma Luisa non sguaina verso il cielo la bandiera di una nazione, fa svettare in aria una rosa, perché, prendendo in prestito le parole dello psichiatra Franco Rotelli, “Mancano cinquemila rose, perché tante ne abbiamo messe ma altrettante, ne avevamo in più promesse!”.
Nell’opera di Delacroix mi trovo ad essere la manovale con un grembiule di cuoio che guarda alla Libertà con speranza.
Guardo a Luisa con speranza, perché l’incontro con lei ha segnato uno spartiacque ondivago in me, che definisce e cuce con moto incessante il mio stare al mondo professionale ed umano.
Ricordo di essere entrata altrettanto battagliera nei contesti di cura, poi, accorgendomi delle fragilità che avevo di fronte mi dissi: “Forse quello che vorrei fare è impossibile”.
Ma ormai avevo valicato la soglia, volevo trovare delle vie per riuscire a lavorare con le persone che stavo incontrando.
Tanti i momenti di epifania che hanno costellato i miei spazi-tempi in quei contesti fuori dall’ordinario.
Mi appassiona e mi commuove sempre quando la danza e il teatro possono rendere possibile l’impossibile.

